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Artwork of the Month

Pino Cacucci – Untitled VII, 2024
Gicleè print on baryta paper 340 gsm mounted on dibond
Paper on dibond 45×58 cm – Size includes a 2,5 cm white border all around
Edition 1/5
Framed 47x60x5 cm > white wood with invisible glass 70% UV
Signed by the artist, with a certificate of authenticity
© Pino Cacucci

Photology at Art Defender

Via del Decoratore, 2 | 40138 Bologna > INDICAZIONI STRADALI

Attualmente esposta nella mostra online

TINA MODOTTI & PINO CACUCCI

Como México no hay dos, affermano con un misto di orgoglio e malinconia, perché mentre dicono che il Messico è unico, pensano che ciò sia bivalente: nel bene e nel male. E qualcuno aggiunge: Si no eres mexicano no puedes entender, senza alcuna arroganza o vanagloria nel dichiararlo, semmai, un senso di fatalismo, essendo soltanto una constatazione, perché il Messico, oltre che inimitabile, resta a volte incomprensibile a chi messicano non è. E se c’è una cosa che il Messico mi ha insegnato, è proprio questa: la realtà non è univoca e interpretabile in base a schemi preconcetti, bensì multiforme, multidimensionale, cangiante ed effimera – così simile a evanescenti immagini sovrapposte… – a tratti inafferrabile, e quando noi “occidentali” non capiamo una realtà, scomodiamo la parola “magico”. Del resto, André Breton diceva: il Messico è istintivamente surrealista.

Imparando, strada facendo, a non pretendere di spiegare ciò che vedevo, intanto… scattavo foto, vagabondando in lungo e in largo per oltre quarant’anni. Migliaia di frammenti di un caleidoscopio della memoria, anche per cogliere gli aspetti meno comprensibili, occasionalmente divertenti o persino grotteschi ma solo perché, decontestualizzandoli una volta tornato “a casa”, risultavano stranianti, simbolici di quella realtà che, a me, ha richiesto anni prima di accettare la resa: il Messico pretende proprio questo, una resa incondizionata che ti induce ad ammettere che non capirai mai, il Paese e i messicani. Foto scattate per ricordo, per fermare l’attimo in una certa situazione emotiva. Per esempio: una notte a metà anni ’80 ero a Veracruz, in un periodo di grande indecisione su che farne della vita, appoggiai la vecchia Canon sul muretto di un molo e lasciai aperto il diaframma per qualche secondo, e intanto vedevo solo le luci della città nel buio totale, con un barlume di luna. Poi, quando feci sviluppare quel rullino di diapo a Città del Messico, nel cielo nero comparve la faccia di un diavoletto ridacchiante: il mio demone che prendeva in giro quelli che credevo fossero problemi insormontabili…

In quei giorni del 1985 rintracciai finalmente la tomba di Tina nello smisurato cimitero principale di Città del Messico, il Panteón de Dolores, vasto quanto una città di settecentomila abitanti, quante sono le sue lapidi: ero il primo a farlo dopo la sua morte, avvenuta nel 1942. Nessuno ricordava più che fosse sepolta lì. Non fu facile trovarne le coordinate sui registri ricoperti dalla polvere di oltre quarant’anni. La lapide era coperta di erbacce, che strappai per ore. La fotografai “prima e dopo” la sommaria pulizia. Trent’anni più tardi, tornai lì, e la tomba era stata restaurata, ma irrimediabilmente rovinata dal tempo: il suo profilo inciso nella pietra ormai consunto, le parole della poesia di Neruda appena intuibili. E scattai qualche foto, sotto la pioggia.

Ricordi, apparenze, fantasmi… In pratica, il senso, l’essenza, dei motivi per cui ho sempre fatto fotografie alla realtà messicana e, quindi… all’irrealtà.”

Pino Cacucci, Bologna, 2024

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